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Alberi dormienti

Questa discussione si intitola Alberi dormienti nella sezione Alberi e arbusti: Approfondimenti, appartenente alla categoria Alberi e Arbusti; L’immobilità dei vegetali impedisce loro di sfuggire alle avversità ambientali. L’evoluzione perciò ha costretto le piante ad adottare sistemi sempre ...

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Predefinito Alberi dormienti


L’immobilità dei vegetali impedisce loro di sfuggire alle avversità ambientali. L’evoluzione perciò ha costretto le piante ad adottare sistemi sempre più efficienti per superare periodi in cui le normali funzioni vitali sono fortemente ostacolate dalle condizioni esterne.

In particolare, quanto più il dominio delle piante si è esteso ad altitudini e latitudini elevate, tanto più l’evoluzione ha sviluppato sistemi raffinati e complessi per sopravvivere a inverni sempre più rigidi e imprevedibili.

Negli alberi le strategie adottate sono fondamentalmente due: quiescenza e dormienza.
Entrambi i meccanismi sono basati su un completo arresto dell’attività delle gemme durante il periodo invernale, allo scopo di evitare la formazione di nuovi germogli, maggiormente soggetti ai danni dovuti al freddo a causa del loro maggiore contenuto di acqua.

La quiescenza è l’inibizione delle gemme dovuta a condizioni esterne, in particolare alla temperatura.

La gemma ha un valore «soglia» di temperatura al di sopra del quale può germogliare. Questa soglia le impedisce di aprirsi troppo presto in primavera o troppo tardi in autunno.
La quiescenza però non tutela la pianta nei climi caratterizzati da inverni particolarmente variabili: infatti una gemma quiescente si aprirà non appena le condizioni esterne lo consentiranno, indipendentemente dalla possibilità che poi le temperature possano tornare a scendere, rischiando così di essere distrutta da una gelata tardiva (o anticipata), o semplicemente perché «ingannata» da un periodo mite nel mezzo dell’inverno.

La dormienza invece è l’inibizione della gemma dovuta a condizioni interne alla gemma stessa ed è indotta da reazioni ormonali legate all’autunno.

Una volta instaurata, non è più influenzata direttamente dalla temperatura esterna, ma viene rimossa unicamente attraverso una sequenza di condizioni ambientali: generalmente un certo periodo di esposizione al freddo, seguito da un successivo «periodo caldo».
La pianta, infatti, non è in grado di misurare il trascorrere del tempo e, come già evidenziato, un semplice aumento delle temperature non è sufficiente a scongiurare la fine del freddo: pertanto è necessaria una lettura più profonda dell’andamento invernale.

Occorre precisare che la dormienza delle gemme non è necessariamente legata all’ingiallimento e alla perdita delle foglie: anche piante sempreverdi e conifere, infatti, vi sono soggette. Essa coinvolge gran parte delle piante originarie di climi temperati e freddi.


INGRESSO IN DORMIENZA

Nei nostri climi, durante la seconda parte dell’estate molte piante arboree hanno già smesso di vegetare, o quanto meno rallentano la crescita dei germogli, fino ad arrestarla del tutto in autunno.
Questo graduale stato di inattività non coinvolge allo stesso modo tutte le gemme di una stessa pianta ed è in genere dovuto a varie cause, dette «inibizioni correlative».

Si è osservato però che a un certo punto si instaura uno stato di dormienza in tutte le gemme. Stavolta il blocco è dovuto all’accumulo nella gemma di ormoni inibitori, attivati da particolari «segnali» ambientali percepiti dalle foglie.

Il segnale più importante è l’accorciamento del fotoperiodo (ossia la diminuzione delle ore di luce tipica dell’autunno), in misura minore gioca un ruolo anche l’abbassamento delle temperature minime notturne.

L’ingresso in dormienza è sempre un momento ben preciso e non appena si verifica le gemme diventano del tutto dormienti nel giro di un paio di settimane.


RIMOZIONE DELLA DORMIENZA

Una volta instaurata, la dormienza in senso stretto ha una durata di poche settimane (indicativamente nel periodo a cavallo tra novembre e dicembre), dopo di che si ha una diminuzione progressiva dello stato di dormienza, che è favorito dall’esposizione al freddo e/o al caldo.

A seconda dei casi, sono possibili due tipologie di comportamento, che chiameremo dormienza del 1° tipo e del 2° tipo.

Nella dormienza del 1° tipo è necessario un periodo sufficientemente lungo di esposizione al freddo invernale, nei nostri climi normalmente fino a gennaio, mentre da febbraio in poi è l’esposizione a temperature più alte che determina l’aumento progressivo dell’attività delle gemme.

Siamo nella fase di post-dormienza, che coincide con la seconda parte dell’inverno, quando in condizioni naturali le temperature tornano a salire. Attorno a marzo la dormienza può dirsi completamente rimossa, e il germogliamento avverrà non appena la temperatura salirà al di sopra della soglia minima.

Il «fabbisogno di freddo» e il successivo «fabbisogno di calore» sono parametri molto diversi da specie a specie, in quanto dovuti all’adattamento evolutivo, perciò «tarati» geneticamente dalla selezione naturale in funzione del clima della zona di origine.

Tuttavia è possibile stabilire un legame a doppio filo tra il fabbisogno di freddo e quello di calore, in particolare: maggiore è la quantità di freddo ricevuta durante la prima parte dell’inverno, minore è il fabbisogno di calore necessario a rimuovere la dormienza residua nella seconda parte e viceversa.

Conoscendo dati climatici precisi, è possibile determinare sperimentalmente per ogni specie il legame tra questi parametri, in modo da poter fare delle previsioni.

Si indica convenzionalmente il fabbisogno di freddo con la grandezza «Chill Days» (CD), definita come il numero di «giorni freddi», cioè a temperatura media inferiore a +5°C, trascorsi a partire dal 1° novembre.

Il fabbisogno di calore viene invece indicato con la grandezza «Day Degrees >5°C» (DD), definita come i «gradi-giorno», ossia la somma delle temperature medie giornaliere superiori a +5°C contate a partire dal 1° febbraio.

Si è studiato sperimentalmente il legame tra queste due variabili ed è stato possibile definire per alcune specie (di importanza forestale) delle curve che legano tutti i valori di CD e DD corrispondenti alla rimozione della dormienza.

Il risultato è riportato nel grafico seguente:



Si vede che, in modo più o meno marcato per le varie specie, a un basso numero di giorni freddi nella prima parte dell’inverno (CD), corrisponde un valore più elevato di fabbisogno di calore (ovvero un prolungamento della dormienza) rispetto al caso di inverno molto freddo.

Generalizzando si può dire: nella dormienza del 1° tipo, a un inverno mite può corrispondere un ritardo della data di germogliamento.

Nella dormienza del 2° tipo non è invece richiesto un periodo di esposizione al freddo: in questo caso la dormienza viene rimossa da un sufficiente accumulo di calore durante il corso dell’inverno.

Ogni specie ha un valore di DD limite, una volta raggiunto il quale, la dormienza può dirsi rimossa e questo valore si mantiene costante ogni anno, qualunque sia l’esposizione al freddo (nel grafico precedente si avrebbe quindi una retta orizzontale a DD costante).

In questo caso un maggior numero di giorni caldi accorcia la durata della dormienza e viceversa, perciò in generale:
nella dormienza del 2° tipo a un inverno mite corrisponde sempre un anticipo della data di germogliamento, a un inverno freddo corrisponderà un ritardo.

Si possono ora fare alcune osservazioni:
  • Nelle piante del 1° tipo esistono specie «più dormienti» di altre: per queste la necessità di un alto numero di giorni freddi è imprescindibile, pena un eccessivo «allungamento» della post-dormienza.
Per queste piante (ad esempio il faggio), un inverno non sufficientemente freddo implica un ritardo nel germogliamento, o comunque uno sviluppo delle gemme non corretto: ad esempio, l’apertura di un numero inferiore di gemme laterali a vantaggio di quelle apicali (e conseguente aumento della dominanza apicale) e uno sviluppo ridotto della massa vegetativa totale.
Senza contare che una partenza ritardata della vegetazione può aumentare il rischio di attacchi parassitari, non essendo più sincronizzato il ciclo vitale della pianta con quello dei relativi organismi patogeni.
  • Piante del 1° tipo, ma «poco dormienti», soffrono meno di queste carenze, quindi anche in presenza di inverni miti, riescono ad espletare ugualmente il loro fabbisogno di freddo e a germogliare nel periodo giusto.
  • Le piante del 2° tipo non necessitano di inverni freddi, anzi, per queste il rischio è quello di un germogliamento anticipato, nel caso in cui l’inverno sia più caldo della media.
In queste piante, dato il semplice legame tra dormienza e temperature, il comportamento è facilmente prevedibile mediante una semplice verifica dell’andamento delle temperature invernali.

In relazione ai cambiamenti climatici di cui sempre più spesso si parla, dopo queste considerazioni è facile capire che l’innalzamento globale delle temperature può avere effetti molto diversi sulle varie specie, a seconda del loro grado di dormienza, e non mancano esempi di specie minacciate direttamente o indirettamente da questo fenomeno.

Si veda l’esempio della grafiosi dell’olmo, malattia che ha decimato gran parte delle varietà di Ulmus dell’Europa settentrionale: a differenza delle varietà meridionali, infatti, queste sono diventate più suscettibili alla malattia proprio a causa dell’alterazione del normale decorso della dormienza.


Autore: Andrea Borghi (Boba74)

Ultima modifica di Ortensia Mancini; 29-10-10 alle 18:48
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