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Villa San Michele (II parte)

Questa discussione si intitola Villa San Michele (II parte) nella sezione Appunti di viaggio: Approfondimenti, appartenente alla categoria Appunti di Viaggio; IL GIARDINO Riprendo ad accompagnarvi in questo stupendo percorso... Dalla stanza aperta alla luce e al vento, dove vi avevo ...

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Vecchio 21-06-10, 12:06
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Predefinito Villa San Michele (II parte)

IL GIARDINO

Riprendo ad accompagnarvi in questo stupendo percorso... Dalla stanza aperta alla luce e al vento, dove vi avevo lasciati, si apre uno scenario in cui il raziocinio si annulla, facendo per un attimo vacillare il senso di realtà. Lo sguardo si perde, corre a cercare il mare oltre il colonnato.




Sono toccata dalla bellezza e dalla magnificenza che può realizzare talvolta l'essere umano.
Dentro di me è tutto un rimescolio di sensazioni e stati d'animo, non riesco a proferire parola, l'emozione mi prende la gola e mi colpisce come di fronte ad una grande opera d’arte.

Tutto intorno a me è armonia, è silenzio, è poesia pura. Alzo la testa e mi accorgo che su quel pergolato è avvinghiata una Rosa banksiae, l'emozione si fa travolgente... che sia la Banksiae lutea o Purezza o la alba, immagino lo splendore della sua fioritura ad incorniciare la meraviglia del mare che si staglia, maestoso e imperioso, alla mia sinistra.
Poi, in un certo tratto, la banksiae cede il passo ad un magnifico Glicine.




Alla mia destra, una sorta di terrazzamento divide le due zone del giardino. Ogni gradone è curato e la vegetazione è opulenta e lussureggiante.
Lo sguardo corre da un bordo all'altro. Qui un gruppo di Ortensie esplose a festeggiare la stagione, là una fitta bordura di Agapanthus si fa notare fra il verde e la frescura della macchia di alberi che si erge più in alto.
Gruppi di piante che quasi non riesco a identificare si mescolano ad altre sicuramente conosciute... Clivia miniata a gruppi foltissimi – e non posso non pensare al momento in cui la loro fioritura è all'apice della bellezza – e ancora Agapanthus e Salvia splendens.




È inevitabile rimanere ammaliati e quasi storditi nella bellezza di questo scenario.
Sempre alla mia destra, fra una colonna e l'altra, piccole panche di marmo. Ognuna costituisce un punto di osservazione fantastico... davanti, il mare si offre in tutto il suo splendore. Ognuna è un luogo meraviglioso dove portare la propria stanchezza a riposare, il proprio sentire a stupirsi, il proprio tumulto interiore ad acquietarsi e a pensare.



Percorro tutto il colonnato e, giunta alla fine, mi volto.
Da questa angolazione, la prospettiva è ancora più bella, più incantata e ancora più intima...



Mi accoglie all'improvviso un altro belvedere e la veduta in direzione del Golfo di Napoli è estasiante.

Mi decido a salire una scaletta che porta al piano superiore del giardino, giunta in cima mi volto e mi si para davanti uno scorcio di intensità indicibile.




Non c'è angolo di questo giardino che non sia in comunicazione col mare. Non c'è scorcio possibile che non sia stato valorizzato. Tutto quello che mi circonda è la consacrazione della bellezza, dell'intimo portato alla luce, della ricerca del piacere senza tracotanza, lascivia o leziosità.

Dalla scaletta si arriva in una sorta di piccola radura.
Tutto è ben curato e ordinato e una fresca brezza accarezza, aggiungendo un'ulteriore sensazione di benessere.
L'ombra è pacificante, malgrado il caldo, e mi ritrovo a pensare all’ubicazione geografica di questo luogo e a come sia stato possibile trasformare un posto così caldo in una simile oasi di frescura. È subitaneo, a quel punto, riuscire anche a visualizzare l’enorme dispendio di forze e di mezzi per realizzare tutto questo per mano di due soli uomini.
Mi soffermo un momento per guardare bene tutto il verde attorno e per cercare di cogliere con lo sguardo il massimo di cui sono capace.




Scorgo un pergolato, l'occhio lo segue per arrivare ad altri punti focali ed ecco che scopro alle mie spalle un bel tavolo di pietra e il desiderio di lasciarsi andare, di sedersi per assaporare il momento, è forte: ma più forte è la voglia di scoprire ancora e ancora.

Percorro quel sentiero di frescura, guardando il mare lontano ma ancora ben visibile, godendo di ogni frammento di ciò che vedo, immersa in un silenzio pieno di significati.

Gli spazi non sono immensi, ma tutto sembra dilatarsi e amplificarsi... potenza dell'emozione!
Un grande e maestoso Pino d'Aleppo sovrasta la mia testa. Lo guardo e non riesco ad intuire dove finisca la sua meravigliosa chioma.



Alcune porzioni di aiuole sono in via di rifacimento, ma tutto è così bello, pulito, ordinato e tuttavia così semplice, immediato, "normale"... ma certo, ma perché poi non dovrebbe essere così?
Mi stupisco di questa riflessione, allargando lo sguardo mi rendo conto che le essenze contenute in questo giardino non sono particolari, non c'è un'esasperata ricerca di esotismi o un desiderio di collezionismo, c'è anzi una semplicità quasi austera, ma così commovente da travolgere... e a questo punto mi rendo conto che non servono piante di chissà quale pregio estetico o di chissà quale provenienza per rendere vivo un giardino, semmai servono sensibilità e profondità d’animo da comunicare a chi lo percorre. Serve mettere le proprie sensazioni, il proprio modo di essere "dentro" al giardino, perché gli altri possano coglierlo: ed ecco che tutto si trasforma in un’emozione profonda e non in una mera esercitazione di stile.


Le visuali e le prospettive dello stesso pergolato mi colpiscono. Tutto sembra essere sempre stato lì ma, in realtà, tutto è profondamente voluto, pensato e ragionato come un balcone immaginario... una finestra su un panorama verde e, più lontano, sul mare.
Reperti archeologici e vecchi e grandi alberi testimoni di un'esistenza, di una profonda riflessione, di un passaggio...

Tutt'attorno è silenzio: straordinario, pacificante, intenso silenzio. L'orda dei pensieri fluttua e si astrae.
L'acqua, in questa parte del giardino, scorre un po' ovunque a sottolineare le radure e buona parte delle aiuole. La magia di un rigagnolo d'acqua che scorre dona al silenzio un valore in più: un suono magico che culla ancor di più la mente.




Un viale di Cipressi colpisce la mia attenzione. Eh sì, devono essere quelli che Munthe sosteneva fossero nati da semi che aveva raccolto a Villa d'Este, a Tivoli, e seminato in una notte di luna piena...


Un lungo viale da un lato conduce alla casa e dall'altro direttamente alla chiesetta.
Eccola lì. Piccola, intima, riservatissima e con un'atmosfera pregna di spiritualità. È lì che immagino Munthe raccolto in preghiera. Lo penso a meditare e cerco di percepirne ancora la presenza...



Esco dalla chiesetta e girovago un po', sempre più stordita e piacevolmente provata.
Giungo al loggiato della chiesa. Lo percorro tutto e sento dentro di me sorgere quel senso di infantile attesa che precede la sorpresa: so che sta per sorprendermi la Sfinge...
Tutta protesa verso il mare, affascinante, anche se non è possibile vederla in volto. Mi ammalia l'idea di questa statua che, giorno e notte, stagione per stagione, se ne sta accovacciata ad osservare il mare, a guardare in direzione del Golfo di Napoli, a scrutare l'orizzonte, quasi in attesa degli eventi e dei mutamenti, occhio attento su un’umanità sempre più distratta...
Munthe l'aveva fortemente voluta. Vuole la leggenda che lui stesso l'abbia trovata in un bosco calabrese, dopo averla sognata.


Il loggiato della Sfinge termina in una nicchia dolcissima, a strapiombo sul mare.
Da qui la sensazione è davvero forte e suadente al tempo stesso.



Mi siedo e penso... mi guardo attorno. I miei occhi fuggono sulle bifore che incorniciano angoli di terra, cielo e mare.
I miei occhi spaziano e la fantasia si rivela...
Prima il mare... poi il cielo... meravigliose cornici come naturali quadri d'autore.


Ridiscendo verso il grande pergolato di legno, eretto su colonne marmoree che ricordano quelle delle grandi ville romane e mi accorgo di un altro momento d'intensità...

Rifaccio il percorso a ritroso. Posso godere ancora un po' di quegli angoli, scoprire ancora qualcosa.

Scale, scalette, percorsi che ormai non so più dove conducano. Posso solo percepire il tumulto che ho nella mente, un affastellarsi di sensazioni, domande che non trovano risposte e la commozione che non mi abbandona e non mi abbandonerà per tutto l'arco della giornata.


Con lo sguardo mi imbatto ancora nel colonnato. Sempre lì, eterno e possente, silenzioso eppure così "parlante" della persona che l'aveva fortemente voluto.

Incontro nuovamente il mio amico Pinus halepensis... chissà quanti pensieri avrà ascoltato, chissà quanti suoni e quante parole avrà udito, chissà quante volte avrà visto la luna tuffarsi nel mare e il sole apparire a squarciare le tenebre... Talvolta invidio, a questi grandi alberi, la possibilità di assistere a tutto, di essere presenti, sempre.

Un'altra scalinata... chissà dove porta, chissà quanto altro ci sarebbe da vedere al di là di quel cancelletto, chissà quante altre sensazioni sono celate dietro a quella piccola e dolce barriera...

Ritrovo il vialetto in cui mi ero avventurata all'inizio della salita al giardino superiore... ormai ci siamo, sta finendo il viaggio...



Il cortiletto... si percepisce, sottile, il rumore dell'acqua che sgorga dall'anfora del puttino... mi assale la malinconia... devo lasciare quest'angolo incantato di sogni e pensieri.


Mi volto e continuo a voltarmi. Cerco di imprimermi nella mente gli ultimi istanti e le ultime immagini... cerco di rubare e imprimere indelebilmente le mie sensazioni...
Le prospettive mi riempiono gli occhi. Rubo quanto più possibile e scruto con gli occhi in ogni dove per cercare anche il più piccolo particolare da portarmi via e temo quasi che, uscendo da lì, tutto possa svanire nel nulla.



L'ultimo scatto. L’ultima immagine. Con la macchina fotografica e con la mente.
La visita termina e, uscendo, ripercorro il vialetto che, costeggiandola quasi sommessamente, conduce alla casa.

Sopra la mia testa campeggia ancora il pergolato di colonne marmoree.
Lo guardo e penso ancora a come sarà magico con la Rosa banksiae tutta fiorita. Lo guardo e penso che lui rimarrà ancora lì, imponente e forte come l'unghiata di un gigante nella roccia.



Proseguo trepidante, perché ormai so che vedrò il volto della Sfinge dal basso.
Eccola. Adesso riesco a vederla di fronte anche se non è possibile distinguerne i lineamenti.



Chissà se anche questo è stato voluto e chissà perché. Chissà quali pensieri hanno portato Munthe a porla in quella posizione e chissà se davvero non voleva che la si vedesse distintamente in volto.

I pensieri mi assalgono e non riesco a smettere di pensare.
Ma la Sfinge se ne sta lì e non sa quali emozioni e quali riflessioni è riuscita a scatenare nella mia mente.

Lo spettacolo alla mia sinistra toglie il fiato. Non sento più nulla, nemmeno il caldo e il sole cocente del primo pomeriggio di una torrida giornata di luglio.



Davanti a me, il Monte Barbarossa. Proprietà di Munthe, che l'aveva acquistato perché stanco di sapere che vi venivano catturati e in buona parte uccisi gli uccelli migratori, è oggi sede di ricerche ornitologiche.
Anch'esso è un lascito di Munthe al governo svedese e vi è una grande collaborazione fra i nostri enti preposti e la Svezia.



Adesso è proprio il momento di salutare. È il momento di cogliere tutta la dolcezza di un meraviglioso Mirto in piena fioritura e di cullare le sensazioni provate, di sentire che con me porto via un pezzetto di una grande ricchezza.




È il momento della consapevolezza di aver conosciuto qualcosa di vero e di profondo e che quindi un po’ più di ricchezza è anche dentro me. Lascio questo luogo magico amando la bellezza un po' di più, grazie a Munthe e alla sua generosa condivisone di questo immenso bene.


Autore: Anna Damiani
__________________
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Ultima modifica di Ortensia Mancini; 31-07-10 alle 01:28
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michele, parte, san, villa

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